IL PENNOFILO

Tanti motivi per scrivere con una penna stilografica

Per la maggior parte di quelli che hanno una certa età l’esperienza con la stilografica risale ai giorni della scuola, con l’inchiostro che tingeva le mani e macchiava gli scritti. Sospetto che i più hanno trasferito, da allora, le loro preferenze ad una penna a sfera, senza neanche voltarsi indietro. Ma come risposta all’era digitale si è verificata una tendenza verso sistemi di scrittura manuale e, quindi, verso la stilografica.
Ora che la scrittura “a mano” è una scelta e non un “compito” e viene privilegiato il prodotto “unico” rispetto a quello riproducibile all’infinito, la gente sta cominciando a scoprire, o riscoprire, l’emozione di penna e inchiostro

Daisy Goodwin, Sunday Times, 11 febbraio 2014

TANTI MOTIVI PER SCRIVERE CON UNA PENNA STILOGRAFICA

 

Come si tiene in mano

Le penne a sfera più diffuse hanno un corpo sottile a sezione esagonale, non sempre il massimo in fatto di comodità (di ergonomia, direbbe lo specialista). Il loro stesso funzionamento costringe ad una impugnatura poco razionale, con la penna tenuta quasi verticale, perpendicolare al foglio sul quale occorre esercitare una certa pressione. Spesso la posizione della mano, se troppo avanzata, tende a nascondere parte dello scritto.
Per molti tenere in mano una penna o una matita è il gesto ricorrente di ogni giorno ma, se ci fate caso, molti adulti e, purtroppo, tanti bambini, la tengono con una posizione scorretta, impugnandola nei modi più “strani”.
L’uso sbagliato può creare eccessivo affaticamento nella visione, danni ai muscoli ed alle articolazioni, danni che, con abitudini sbagliate protratte nel tempo, assumono caratteristiche permanenti. Lo stress nervoso e muscolare portano, alla lunga, a dolori che possono interessare non soltanto le dita ma la mano intera, l’avambraccio, il braccio e perfino la spalla (il gesto della scrittura parte dalla spalla). Una ricerca condotta dall’Albo d’Optometristi, [http://www.federottica.com/impugnatura.htm], partendo da un’analisi dei movimenti della mano durante la scrittura, ha evidenziato come impugnature considerate accettabili ed innocue possano invece contribuire allo sviluppo di problemi visivi, soprattutto per la copertura parziale o totale di ciò che si scrive.
La stilografica, per la sua stessa struttura, induce (costringe) ad una posizione più corretta, con la mano che, leggermente arretrata rispetto al pennino, con la penna inclinata di una cinquantina di gradi rispetto al foglio, non incombre sullo scritto ma lo lascia sempre perfettamente visibile, senza sforzo. La stilografica richiede, inoltre, una pressione modestissima sul foglio, evitando l‘insorgere di cattive abitudini e dannose contratture.

Scrittura più fluida e scorrevole

Se scrivete tanto non potrete non apprezzare la fluidità, assolutamente unica, offerta dalla scrittura con una penna stilografica.
Difficile anche solo tentare di spiegare o raccontare la sensazione che deriva da questa esperienza, quando vediamo i segni, le lettere che scorrono con facilità, senza sforzo dal pennino, senza quasi esercitare alcuna pressione: bisogna assolutamente provarla per capire a fondo e …non poterne più fare a meno!
Se poi si ha il pennino “giusto”, anche solo leggermente flessibile, si può modulare la larghezza del tratto attraverso modeste variazioni della pressione sul foglio: se l’inchiostro lo “consente” si può godere delle sfumature (“shading” in inglese) nei tratti dove l’inchiostro è più abbondante: intonazioni porpora su inchiostri blu o dorate su inchiostri verdi. Davvero unico: solo la stilografica può offrirlo.
E non è necessario acquistare una penna costosa o costosissima: accoppiata ad una carta “idonea” (cioè liscia, compatta e non assorbente) anche una penna decisamente economica avrà tanto da offrire: una Lamy Safari, col suo originalissimo (e funzionale) design, frutto di una lunga storia produttiva e stilistica, per una ventina di euro appena saprà fornire un’esperienza di scrittura assolutamente inaspettata.

Migliorare la propria calligrafia

Persino Steve Jobs, il fondatore di Apple, nel momento in cui abbandonò gli studi universitari, cominciò a seguire dei corsi di calligrafia. E da questi “obsoleti” insegnamenti imparò una lezione fondamentale: la bellezza è nel dettaglio, qualunque cosa nata per scopi funzionali (come la tipografia o il computer) può avere il suo punto di forza nella precisione e nell’estetica.
Una penna stilografica, per le sue intrinseche peculiarità aiuta a sviluppare e conservare una calligrafia migliore, sicura garanzia per una scrittura dalla migliore leggibilità; e una scrittura leggibile senza sforzo, rappresenta certamente una forma, non secondaria, di rispetto per chi è destinato (o condannato) a leggere i nostri scritti. Se poi la scrittura è anche, se non “bella”, almeno curata e regolare, allora “rischiamo” di diventare simpatici a chi ha apprezzato e gradito l’omaggio del nostro sforzo. La scrittura incomprensibile, “da medico”, releghiamola definitivamente tra i luoghi comuni asociali.

Elogio della lentezza

Stephen King aveva una vera e propria mania per la sua stilografica Waterman. Ha iniziato a scrivere a mano quando, a seguito di un incidente automobilistico, non poteva più trascorrere molto tempo al PC. Si rese conto, dunque, che l’uso di una penna stilografica lo costringeva a rallentare e pensare a ogni parola.
La stilografica ha i suoi ritmi, i suoi tempi, più umani di quelli consentiti dal computer: anche quando non riflettiamo esplicitamente e consapevolmente sull’atto dello scrivere, una parte del nostro cervello continua a tener conto delle sensazioni provocate dal contatto penna-carta e continua a gratificarsi col piacere di questa esperienza. Il rallentamento (o, meglio, la rinunzia alla velocità assoluta) favorisce l’elaborazione di un pensiero più chiaro e ordinato.
La tecnologia ci aiuta a comunicare rapidamente ma la scrittura richiede tempo e dedizione. Anche se digitare è molto comodo, scrivere a mano è indubbiamente una forma di espressione molto più personale. Rappresenta un movimento articolato e ordinato, mima il tempo nel suo trascorrere regolare.
A tal proposito appaioni meritevoli le considerazioni e gli studi sull’utilità della scrittura a mano sviluppati dalla professoressa Virginia Berginger (Università di Washington), che ha sottolineato come la scrittura a mano sia completamente diversa da quella col computer per il fatto che la prima richiede l’esercizio sequenziale di una serie di movimenti per formare una lettera, mentre la seconda si risolve nella semplice pressione di un tasto.
L’importanza di questa differenza è stata evidenziata da studi sul cervello che hanno dimostrato come i movimenti sequenziali delle dita attivano regioni collegate al pensiero, al linguaggio e alla memoria. Questo allenamento cerebrale, questa stimolazione neurale, non si verifica nella scrittura col computer, che vanifica perciò i potenziali beneficî associati.

Infinite tipologie di inchiostri e colori
Uno dei limiti più “tristi” delle penne a sfera è la definitiva e inesorabile ristrettezza delle loro prospettive cromatiche: limitate ad un arco che “spazia” (si fa per dire) dal nero al blu (un solo blu), con qualche incursione sul rosso (uno solo) e rare evasioni esotiche nel verde (di nuovo uno solo, o quasi…). Usare un penna stilografica significa anche affrancarsi da questi limiti per spaziare, finalmente liberi, nel colore, approfittando di un’offerta fascinosamente ampia: colore e sfumatura che decidiamo di usare dipenderanno solo dalle circostanze, dal tipo di scritto e, perché no?, dal nostro umore, più o meno ispirato. Perché rinunciare?
Anche a prescindere da queste considerazioni estetiche, la grande ampiezza nell’offerta di inchiostri consente di personalizzare la scelta anche sul versante “tecnico”, sulla base delle doti di saturazione, scorrevolezza, tempi di asciugatura, ecc.

Anche l’occhio vuole la sua parte...
Premetto di non aver mai compreso appieno la logica di chi è disposto a spendere una “fortuna” per complementare la sua stilografica con un cosiddetto set: finisce per pagare un bel po’ per una penna che, in fondo, rivela il carattere assolutamente marginale del suo aspetto, visto che, in fin dei conti, per scrivere si avvale di un comunissimo refill, Parker, Pelikan o altro, conta poco.
Altro discorso per la stilografica. Tranne le solite eccezioni, l’aspetto complessivo, la cosiddetta “estetica”, delle penne più affermate è il risultato, direi quasi “la conseguenza”, di una progettazione globale che attiene a una molteplicità di fattori che si riferiscono, comunque, a caratteristiche “funzionali” dello specifico “strumento di scrittura”: capacità del serbatoio di inchiostro, sistema di caricamento, comodità dell’impugnatura, bilanciamento del peso in mano (con il cappuccio calzato o senza). Senza arrivare per forza alla intramontabile essenzialità dell’ormai mitica Lamy 2000, frutto della logica progettuale del Bauhaus (“la funzione determina la forma”), le penne di maggior successo hanno sempre offerto un’estetica sobria, risultato di un ragionevole compromesso con le caratteristiche “d’uso”: le realizzazioni “migliori” sono quelle che hanno saputo coniugare l’ergonomia dello specifico “attrezzo” di scrittura con la “gradevolezza” (categoria sfuggente e scivolosa…) del suo aspetto.

Maggiore autonomia (per i previdenti)
La “Legge di Murphy” stabilisce, implacabilmente, che la carica della nostra pur preziosa penna a sfera si esaurisce proprio di sera, con le cartolerie chiuse, o quando ci troviamo lontani dal negozio giusto. L’esclamazione solita, involontariamente comica, è, allora: “Ma come, fino a un attimo fa scriveva!…” Certo anche il mitico Monsieur de Lapalisse “…un attimo prima di morire era ancor vivo”!
Non voglio dire con questo che il serbatoio di una stilografica sia illimitato e interminabile: prima o poi si esaurisce (il solito Murphy stabilisce che lo farà nel momento meno opportuno…) e, quindi, in tutti i casi il rimedio vero consiste nell’essere previdenti.
La differenza, a favore della stilografica, sta, però, nel fatto che la disponibilità di una semplice e piccola boccetta di inchiostro può garantirci un’autonomia davvero enorme, a vantaggio della serenità di pensiero…

Una scelta a favore dell’ambiente, riducendo i rifiuti
Secondo l’EPA (Environment Protection Agency), l’agenzia USA per la protezione dell’ambiente, solo negli Stati Uniti vengono gettati via ogni anno ben 1,6 miliardi di penne usa e getta. Viviamo in una società che, ossessionata dalla “comodità” del momento, tende a prediligere i prodotti usa e getta.
Si aggiunga che le ridotte dimensioni delle penne a sfera inducono uno smaltimento non sempre corretto, con una nefasta dispersione nell’ambiente.
Una penna stilografica, anche se piuttosto economica, induce, invece, nell’utilizzatore una sorta di affezione: sarà di sicuro enormemente più duratura di una penna a sfera. Con un po’ di manutenzione e pulizia, con l’acquisto di qualche boccetta di inchiostro la stilografica garantisce un servizio fedele negli anni: personalmente continuo ad utilizzare con soddisfazione una vecchia Pelikan (verde e nera) di quando ero studente, oltre mezzo secolo fa!…
Un uso più diffuso delle stilografiche aiuterebbe a tenere più pulito l’ambiente e a svuotare, almeno un po’, le discariche.

La stilografica diventa un oggetto “personale”
Una penna a sfera (o un pennarello) è uno strumento di scrittura alquanto neutro (direi, piuttosto, anonimo): l’acquisto-la uso-la getto via, senza neanche pensarci un attimo.
La stilografica è tutt’altro discorso: quasi certamente ho dovuto pensarci su almeno un po’ per sceglierla (magari consigliato da qualcuno più esperto), ho dovuto imparare a caricarla, a pulirla, a capire la sua “personalità” per usarla al meglio. Oltretutto costa decisamente più di una penna a sfera usa-e-getta.
La cura costante, la scelta di inchiostri di volta in volta diversi (a seconda delle circostanze), l’abitudine/adattamento alle sue peculiarità sono tutti fattori che contribuiscono ad una progressiva personalizzazione della penna che, da neutro strumento di scrittura, diventa la “nostra” penna stilografica, assolutamente unica e individuale, in qualche misura simbiotica: figuriamoci disfarcene!
Il desiderio di sperimentare nuovi attrezzi, la curiosità verso forme e possibilità nuove sono alla base di acquisti nuovi e nuove sperimentazioni, per godere di una scelta più ampia di strumenti di scrittura, tra i quali scegliere di volta in volta.

Coltivare un innocente (?…) collezionismo
Basta procurarsi qualche penna (due, tre, quattro, cinque, …) per scoprire di aver acquisito, almeno un po’, l’animo del collezionista, con lo stesso desiderio/bisogno di tenere efficienti e ordinati gli “oggetti” raccolti. Non è difficile scoprire, allora, che la cura che dedichiamo alle penne della collezione (piccola o grande che sia) ha un effetto rilassante, certamente benefico. Oltretutto, a differenza di una collezione di francobolli, monete o ventagli (oggetti sostanzialmente “inerti”), una raccolta di penne rappresenta pur sempre l’insieme di strumenti che, in momenti diversi della nostra vita, abbiamo utilizzato o utilizziamo (si spera) per “fare” qualcosa di importante: scrivere. Il rapporto con la collezione, quindi, è decisamente più profondo e coinvolgente e, perciò, più gratificante.
Naturalmente non si può colpevolizzare chi mostra con orgoglio la propria collezione di penne, che non devono per forza essere rarissime e/o costosissime: c’è chi colleziona in maniera convinta e appassionata le Lamy Safari nella lunghissima e divertentissima serie di colori disponibili.
Solo un consiglio: evitate di mostrare la vostra collezione a chi non condivida almeno un po’ del vostro interesse per le stilografiche: potreste cogliere nel suo sguardo distratto un lampo di deludente o infastidito disinteresse…

☞ I potenziali collezionisti sono avvertiti: sembra ormai certo, la penna stilografica, per la infinita molteplicità di modelli, materiali e colori, può indurre dipendenza!…(???)

Una penna per i grandi…
Non che si abbia bisogno del conforto di “testimonial” di grido, ma vale la pena, per pura curiosità, ricordare qualcuno dei personaggi famosi che hanno affidato la propria scrittura ad una stilografica.

  • Mark Twain descrisse le virtù della Conklin Crescent Filler (oggi riproposta in una copia piuttosto fedele) dicendo: “La preferisco a dieci altre penne poiché reca il sistema di riempimento nella sua pancia e non può sbagliare neanche volendo”, salvo, poi, a comparire come testimonial in un volantino (riportato fra le immagini pubblicitarie vintage a corredo di questo volume) che pubblicizzava le penne E. Wirt!
  • Arthur Conan Doyle (il celebre creatore di Sherlock Holmes) ha scritto molte delle sue opere con una Parker Duofold.
  • Sono in tanti ad affermare che Hemingway durante la Prima Guerra Mondiale usasse una Montegrappa, mentre altri asseriscono che per un certo periodo della sua carriera possedesse una Montblanc 139.
  • Il grande generale Eisenhower era noto per usare Parker 51, mentre Kennedy nella sua storica visita a Berlino usò chiaramente una Montblanc 149.
  • Anche Dylan Thomas fu un affezionato utilizzatore di una Parker 51: molte foto lo ritraggono con questa penna in una mano e una sigaretta nell’altra.
  • Albert Einstein in più fotografie è stato ritratto in compagnia di una Pelikan 100 N ed una Waterman.
  • Simone de Beauvoir è stata spesso fotografata mentre usava qualche penna stilografica. Tra queste: una Sheaffer Snorkel Triumph e una Esterbrook.

A chi frequenta i telegiornali non può essere sfuggito il rituale seguìto dall’attuale (2018), discusso, presidente degli USA, Donald Trump: firma un provvedimento in pubblico, davanti alla stampa e alle telecamere, brandendo in maniera teatrale una penna. Si tratta di penne Cross personalizzate (con sigillo e firma), che si poteva immaginare dotate di un pennino BBB (extra extra largo) generosissimo di inchiostro, capaci di lasciare un segno ben marcato e visibile a favore di pubblico e fotografi. In realtà, come evidenziato da numerose immagini, non sono affatto stilografiche: si tratta di CROSS Refill FELT TIP Medium, cioè (marca a parte) un “pennarello”!  Aggiornamento: anche il pennarello Cross è stato abbandonto, a favore di un “pennarellone”, che lascia una traccia visibile anche a 50 metri!…  Le regole dello “show biz” sono feroci anche con le stilografiche: i tempi della prestigiosa Montblanc Diplomat 149 “El presidente” sembrano davvero lontani e, comunque, superati!…
Secondo una sorta di consolidato protocollo, i presidenti nordamericani utilizzano una penna diversa (nuova) per ogni firma su atto ufficiale. Obama, ad esempio, mentre firmava la famosa legge di riforma sanitaria, ebbe a lamentarsi, scherzando, del fatto che, secondo quanto previsto dal cerimoniale, aveva dovuto usare una penna diversa per ogni firma da apporre sul documento, in tutto 20 [fonte Adnkronos]. Clinton ne usò addirittura 40 per firmare il “Taxpayer relief Act” nel 1997! Sarà, quindi, a causa dell’elevato numero dei suoi “atti” di iniziativa presidenziale che Trump è il primo presidente USA ad essere rimasto a corto di penne, nonostante l’ordine di ben 350 Cross placcate oro (l’analoga penna usata da Obama aveva cromature invece delle dorature). La Casa Bianca non ha risposto ai commenti su questa fornitura di penne e sembra che a Trump non importi dove le penne sono prodotte (per lo più in Cina). Sul prezzo suggerito di 115 $ pare che il distributore finale abbia praticato uno sconto [fonte AP: “After Flurry of Executive Orders, Trump Awaits More Fancy Pens” (ovvero: “Dopo una raffica di ordini esecutivi, Trump attende altre penne personalizzate”) – 17 febbraio 2017].

Il presidente Obama mentre firma degli atti con una dozzina di penne davanti: una vera pacchia per i fornitori!…

 

Le penne (Cross) personalizzate (con sigillo e firma) di Bush, Obama e Trump (dal basso in alto)

_____________________________________________________________________

.

1 Commento

  1. Fabio

    Bellissimo articolo!

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *